Ticosa, Como, anno 2050.

Oggi piove, a Como. Capitale lacustre fu definita da alcuni suoi figli, non senza accenti nostalgici e spunti polemici, nel suo momento più critico e tormentato, sul passare del secolo, quando ancora non era in grado di immaginare il proprio futuro. Già capitale del razionalismo architettonico italiano nel secolo scorso; capace, in periodi politicamente ed economicamente bui, di scatti di visionarietà (l'astrattismo) che la proiettarono nel vortice delle avanguardie, si ritrovò, nei pacati periodi di stabilità politica e di relativa tranquillità economico-sociale, a fare i conti con la mancanza di idee, di volontà, di decisioni, di sogni. La sua laboriosa cittadinanza era così presa dall'operosità (o dall'ingordigia) da non voler più partecipare ad alcun dibattito, ad alcuna riflessione. Ad un tratto la svolta: Como, la città della seta; Como, la città della pace; Como, la città del turismo elitario e mondano; Como, la città dei balocchi, del Razionalismo, del Romanico. Como città di frontiera, si accorse che nelle sue grandi aree dismesse dormiva un popolo di disperati. Si accorse che il suo piccolo ego provinciale era scosso da ondate di popoli di tutto il mondo; si accorse di far parte di una penisola bagnata da un piccolo mare, un lembo di terra che sfiorava altre terre ... Si accorse che la sua frontiera era una barriera assurda, un'asta di legno che chiude il passaggio su di un campo aperto, dove ovunque vi sono spazi per passare, per oltrepassare. Decise che era arrivato il momento di dire qualcosa: che la propria tradizione non andava difesa ma messa in gioco; che la propria bellezza non andava protetta ma svelata agli occhi del mondo; che i suoi cittadini, chiusi, avari, tristi, noiosi, dovevano svegliarsi dal torpore, dall'apatia: dovevano migliorare. Si condussero al di fuori della città quelli che sino a quel momento erano stati i più ascoltati consiglieri dei governanti: un insieme di intellettuali che si facevano chiamare economisti, ma fra le cui fila capeggiavano imprenditori e soprattutto speculatori. Si chiamarono al loro posto dei pensatori di quella disciplina che sta alla metà giusta fra l'arte e la scienza: l'Architettura. Si propose loro di fare a gara per ideare le soluzioni più belle ed armoniose per realizzare nel seno della città, a contatto con la sua storia, le sue istituzioni, le sue tradizioni e le sue necessità, un luogo di incontro, di scambio, di apertura. Un segno riconoscibile della volontà dei suoi cittadini. Nella più grande aree libera ancora a disposizione, dove un tempo qualcuno aveva conosciuto la fatica ma anche la soddisfazione del lavoro, dove per anni le strutture produttive ormai fatiscenti accolsero pseudo-cittadini senza diritti, si decise di realizzare una scuola e nuove strutture per ospitare i nuovi cittadini. Si convenzionarono iniziative con università di vari paesi in difficoltà che mandarono i loro migliori studenti per brevi quanto intensi periodi di formazione. Ne nacque una infinita rete di relazioni e di scambi. La città vide sorgere nuovi alberghi, nuove strutture di accoglienza per studenti, nuovi servizi, iniziative culturali, festival, convegni. Ci si accorse che dal confronto nascevano nuove idee, nuove prospettive. Il clima culturale cosmopolita favorì una sempre maggiore integrazione ed una sempre maggiore apertura. Como divenne ciò che oggi è agli occhi del mondo: la città della solidarietà.

Luca Arnaboldi

 
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